Atterraggio

Con un po’ di buona volontà, l’ispirazione alla fine arriva. Finalmente sono riuscito a concludere un’uscita per cui valga la pena di perdermi nelle mie emozioni. Ebbene, ero salito sul Piz Terri verso la fine di quella torrida estate del nuovo millennio di cui tutti ricorderemo. La prima, forse inconsueta ventata di una serie che poi apparve sempre più spesso. La prima, forse violenta e gratuita “botta” ai nostri già morenti e piccoli ghiacciai. Era un giorno lontano di quindici anni, era il 13 settembre del 2003. In vetta trovammo una spolverata di neve fresca, rocce congelate, nevischio, nebbia, un forte vento e un freddo assurdo. Anomalo, vero?

 

Ero con il mio grande amico fidato Gabriele Maggini con il quale ho condiviso con immenso piacere gran parte delle mie uscite, del Terri quella volta vedemmo sconsolati unicamente la sua croce di vetta ma, guarda caso proprio nel giorno 13, andammo incontro al nostro tredicesimo “tremila” insieme e durante quella medesima estate collezionammo pure il Piz Valdraus e il Piz Gaglianera.

Ricordo come i nostri capelli sembravano dei piccoli ghiaccioli che al contatto con le nostre dita si rompevano all’istante, spezzando pure la ciocca che ne era avvolta. Ricordo che un mese prima eravamo sul Pizzo Nero (Nüfenen) e i nostri capelli (e non solo quelli) dovettero fare i conti anche con la folgore… si rizzarono come aghi di ferro attirati da una calamita assieme ai peli sulle nostre braccia in un brivido generalizzato lungo il nostro corpo. Per non parlare delle nostre piccozze che vibravano appoggiate sulla roccia come fossero possedute da uno spirito burlone.

Era tutto così surreale, apparvero dei lampi a secco, non pioveveva da mesi e nell’aria viaggiava un’elettricità assurda. In quella stagione, assieme corteggiammo soltanto queste quattro citate principesse di roccia, Terri compreso. Ma quella fu sicuramente una stagione particolare.

Ritorno oggi da quelle parti per verificare se la sezione “ricordi visivi” del mio cervello funziona ancora, non per salire di nuovo sul Terri ma per allungare oltre il confine cantonale alla ricerca di nuovi e propizi orizzonti. Ho attraversato la morena detritica di quello che ormai fu il ghiacciaio del Terri per ritrovarmi più volte impantanato in una specie di trappola argillosa di colore scuro in costante movimento verso il lago. Per un attimo mi sono rivisto a camminare sopra la nera lava solidificata di Hawaii, incurante che poco sotto la superficie crostosa scorreva il magma che qualche mese fa è uscito allo scoperto e che già allora poteva spillare improvvisamente e in qualsiasi istante.

Mi ritrovo così alla Fuorcla Blengias, ma nutro il sospetto di essere piuttosto atterrato sulle rocce scure della Luna se non fosse per la visione dei verdi e immensi pascoli di Lumnezia, il cui nome mi sa già come insaporito di poesia. Rimango assai estasiato da questo panorama di prim’ordine, nell’affrontare i ripidi e faticosi pendii scistosi della conca superiore dell’Alp Blengias per elevarmi ancora di più verso questa dominante bellezza naturale.

Mi fermo là in alto in compagnia di un giovane maschio di camoscio schivo e solitario, come fossimo animali somiglianti, come lassù cercassimo entrambi soltanto noi stessi e nessun altro.

Buona fortuna o voi che vi cercate l’un l’altra, Gabriele e Fabiola!